Note di Regia

“Ci sono soltanto due modi per non soffrire dell’inferno che soffriamo tutti i giorni. Uno riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più; l’altro esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno e farlo durare e dargli spazio”. Italo Calvino Lezioni Americane.

 Due passi sono: “il verbo spostato ed idioma, diventa azione consequenziale della parola stessa”.

Il processo di realizzazione dello spettacolo è stato assai sorprendente. Siam partiti dal tema della malattia, della quotidianità patologizzata in vista di un’ipotetica salvezza fatta di prescrizioni e negazioni, e siamo misteriosamente  -quasi per opposizione- approdati  ai temi dell’amore, della creazione, della libertà, della conoscenza.

Temi “tanti”, temi ingombranti, temi tutti legati alla vita, alla dignità, alla semplicità dell’esserci. Un esercizio di coppia legato ai metaforici temi dell’andare, dell’agire, del potere volere nonostante l’apparente impossibilità.

Non c’è apparenza che tenga ai desideri di ciascun essere umano. Il desiderio dell’essere non può che essere al meglio confermato nel suo agire, nel suo determinarsi o meglio, nel suo  autodeterminarsi.

La questione dell’amore è una questione che attiene la sfera dell’uomo nella sua completezza, nella ricerca di quella verità essenziale fatta di desiderio di conoscenza.

Il nostro è  dialogo, dalla struttura ludica, volto alla ricerca di una possibile ascesa, nella direzione di un’ immortale via di uscita.

“L’amante, amando, anche se muore lascia al suo posto qualcosa di nuovo e simile a lui”. Prendendo in prestito l’immagine della scala infinita del Simposio di Platone, il testo passa in rassegna -frammento per frammento, scalino per scalino- piccoli, infiniti varchi di luce, molecole di polvere di stelle che messe tutte insieme danno luogo, forma, diritto e giustezza alla creazione. Amore non è vicenda personale tra due, sia pure formalmente appaia come tale, ma è vicenda universale, che deve attenere poeticamente ciascun uomo.

Per ogni uomo ci sono tanti desideri quante sono le stelle del firmamento e, per ogni stella che cade, non c’è un desiderio che precipita, ma un desiderio che nasce! Quando la stella sta per morire cade, ma se tu esprimi il tuo desiderio la renderai immortale, infinita.

Non ci devono essere libertà negate, il glorificare la vita può e deve essere in virtù della diversità riconosciuta come valore. E’ nella diversità “liberalizzata” che possiamo ambire ad un’uguaglianza non meramente formale, ma sostanziale. E’ nel riconoscerci diversi, nei desideri, nelle aspirazioni, nelle creazioni che potremo rivoluzionare l’involuzione della specie. Solo togliendo le sovrastrutture cui siamo stati educati dalla nascita possiamo forse cominciare a cercare di noi, per noi, dunque per tutti.

E’ il percorso della vita, è il rischio fatto della ricerca della bellezza. Solo nel “bello” si crea, si crea per sempre, senza che niente scompaia. Non è il desiderio dell’effimero, non sono i desideri fatti di materia che renderanno giustezza al miracolo della vita, ma i desideri fatti di valore, di quel valore unico che è la vita.

Ci son mille modi di creare, bisogna a ciò educarsi, bisogna trarre insegnamento dalla vita per giustificare la vita stessa, di ciascuno, per tutti.

“Esistono 300 milioni di persone che vogliono un mondo migliore, vogliono la pace, vogliono porre fine una volta per tutte alla fame e alla guerra. Il problema è che tutti lo vogliono, ma credono che non sia possibile perché questo hanno imparato a scuola, credono sia un’utopia avere un mondo migliore, è questo l’errore. Per questo motivo dobbiamo lottare, la rivoluzione è possibile in ogni momento della vita, anche in questo preciso istante” Judith Malina

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