Rassegna Stampa

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Matteo PratiLibertà – 11/10/13

 

corriere

Franco Cordelli – Corriere della Sera – 10/04/14

Successo? Molto di più! Dopo un cammino trionfale cominciato nel 2011 con il Premio Scenario per Ustica 2011, seguito da altri importanti riconoscimenti, e ancora ben lontano dalla conclusione, lo spettacolo “Due passi sono” di e con Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi è tornato a casa con due repliche sul palcoscenico della Sala Laudamo, evento conclusivo dell’assai interessante rassegna teatrale “La prima volta”, organizzata dall’associazione culturale Querelle. La compagnia messinese (anche se lui è originario di Reggio Calabria) ancora una volta è stata applauditissima, sulla scia di tre anni di lusinghiere recensioni e di grandi consensi di pubblico.

Cosa si potrebbe dire di più di uno spettacolo così abbondantemente studiato, praticamente vivisezionato? Probabilmente nulla. Ma alcune considerazioni possono ancora essere proposte. A cominciare dal fatto che “Due passi sono” dimostra benissimo come sia inutile cercare ascendenze in questo o quel precedente. Come accade ogni volta che ci si trova di fronte al buon teatro le ascendenze sono molteplici e vanno riconosciute in tutto ciò che in passato è stato buon teatro, e altrettante – è inevitabile – saranno le discendenze. Il tema del “Limite” (su cui la compagnia ha realizzato una trilogia, completata da “Conferenza tragicheffimera sui concetti ingannevoli dell’arte” e “T/Empio, critica della ragion giusta”, anch’essi pluripremiati) parte in questo caso da limiti e storie personali (la malattia di lui) ma con una facilità impressionante si erge (a onta della mini statura dei due protagonisti) a rappresentazione universale delle gabbie che noi umani ci siamo creati e lo fa con uno stile assolutamente personale, proprio perché il punto di partenza è dato da se stessi. Tutto avviene su una pedana a scacchi che è confine dal mondo esterno e anche il terreno su cui si muovono i due pedoni-pedine alla ricerca della libertà, prima attraverso la dialettica di un dialogo fitto e petulante, denso di attacchi e di ritirate, di paure e di coraggio, di costrizioni e desideri. Le pedine, però, mosse da un atteggiamento sempre più critico verso le regole che il mondo ci impone e che spesso – molto spesso – noi accettiamo senza avere la forza morale di reagire, si trasformano a poco a poco in pedoni in grado di muoversi autonomamente (oltre la scacchiera) e finalmente entrare nella vita pienamente vissuta, “sfruttando” la loro capacità di amore reciproco e di intelligenza dialogante. Un passaggio che non avviene attraverso utopie o accenti da favola buona, “Due passi sono” è tutt’altro: se all’inizio le emozioni sono in contrasto con la logica e i desideri trovano la contrapposizione delle necessità, a essere vincente è un processo evolutivo che avvicina i contrari fino a farli diventare nuova determinazione e a fornire a noi spettatori una chiave di interpretazione dell’esistenza che ci può essere di grande aiuto. Battute pungenti, ironiche e più spesso sarcastiche, sempre molto divertenti, accompagnano questo cammino e danno dimensione di pensiero e non di mera espressione verbale ai “due passi” in più, nell’oltre, che i due attori, autori e registi ci aiutano a compiere.

Ultimi rappresentanti in ordine temporale di una scuola autorale messinese che parte da Spiro Scimone e Francesco Sframeli e passa da Tino Caspanello e Cinzia Muscolino, Peppe Carullo e Cristiana Minasi nel 2014 porteranno “Due passi sono” tra l’altro ancora a Milano (teatro Parenti, 7 – 19 gennaio) e a Roma (teatro Vascello, 27 marzo – 13 aprile) e saranno in tournée anche con gli altri due spettacoli.

Vincenzo Bonaventura -Gazzetta del Sud, 8.4.2015 

Se fosse possibile tradurre in drammaturgia l’intima finezza de Le bolle di sapone, di Chardin, o della commovente perfezione “calligrafica” della miniatura medievale, lo spettacolo Due passi sono sarebbe sicuramente tra le possibili metamorfosi.

Ivi si svolge il compiersi quasi maieutico di uno spazio intriso di onirica surrealtà, ove un ambiente domestico apparentemente convenzionale si rivela diffuso di strane presenze immateriali: una bottiglia di plastica smisuratamente lunga, un fiore con tanto di stelo grande e colorato quanto fatto all’uncinetto, di cui però non disorienta il suo ruolo di pianta decorativa, perché perfettamente parte di questo luogo di innocente fantasia; e proprio il fascino infantile del microcosmo d’un carillon “tintinnante” nel suo meccanico svolgersi appare evocato in alcuni passaggi, quasi transizioni da una fase ad un’altra della struttura drammaturgica.

Quello che appare uno statico presente si rivelerà infatti tutt’altro che immutabile, giungendo infine allo scardinamento di questa realtà asfissiante in cui vivono i due personaggi, Pe e Cri, i quali inquilini di un mondo avvinghiato da fobie, ansie e ipocondrie, ma comunque intriso di affetto, empatia e sensibilità, giungeranno proprio tramite queste e quelle diversità caratteriali, che nel loro stridere saranno crogiolo di simpatiche gag, a trovare la chiave della risoluzione dei loro “vincoli” e così al compimento completo del loro amore.

Vicendevolmente colmando le debolezze dell’altro affronteranno l’esterno, con un incantevole finale che non sveliamo, ma di cui non possiamo tacere sulla portata metaforica di un sé auspicato e raggiunto proprio ragionando su quelle caratteristiche che infine, rilette da un diverso punto di vista, diverranno spendibili come punti di forza, ed espressa scenicamente con un’immagine estremamente poetica.

Giuliano Armini – La Platea | http://www.laplatea.it – 4.4.2014

[…]Per entrare nel mondo della coppia Carullo-Minasi la cosa migliore è farsi prendere per mano, lasciarsi trasportare e fidarsi incondizionatamente: in fondo – che sarà mai – “Due passi sono”.

In una stanzetta dal pavimento a scacchi, piccola casella di una quotidianità piú estesa e replicabile, siedono stretti stretti due omini, talmente minuti da avere perfino i nomi accorciati: Pe (Giuseppe Carullo) è un uomo debole, malaticcio, abbarbicato teneramente ai suoi voli pindarici; Cri (Cristiana Minasi) è un donna energica, apprensiva, mossa da un inguaribile spirito analitico. Si amano ma non lo sanno, sembrano scontrarsi ma non lo fanno: la loro è una relazione che con fatica e bizzarria cerca di uscire da una caverna platonica fatta di sogni banali, risposte sicure e ipocondrie affettive. 

E in questo viaggio minimale trascinano idealmente anche il pubblico, che pur pigiato nella minuta Sala Studio del Teatro Vascello non può fare a meno di cogliere nel mondo bislacco di Pe e Cri un’imprevista somiglianza con il proprio, come se l’assurdità di quella vita immaginaria erompesse selvaggia e delicata nella propria sfera intima, incrinando la bolla dell’illusione quotidiana. 

Il pluripremiato Due passi sono non rappresenta, insomma, solo un fulgido esempio di drammaturgia efficace, acuta e ben scritta, ma costituisce anche una proposta culturale che sembra rifiutare il pessimismo decadente di un’arte contemporanea troppo spesso autoreferenziale, rassegnata o affetta da un’iconoclastia fine a se stessa, per offrire appunto un teatro che va oltre la semplice rappresentazione e prova a pronunciare una sua “formula che mondi possa aprirti”. 

Se ai tempi di Montale, infatti, si poteva solo dire «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», forse ora si apre la possibilità a un’arte che prende coraggio e prova a dichiarare ciò che può essere, ciò che può volere. E perché no? Con Carullo-Minasi, in fondo, non si evade mai da una prigione, ma si esce consapevolmente da una condizione di piccolezza umana e di bieca ignoranza per guardare alla vita con occhio sensibile e cosciente.

Giulio Sonno – Paper Street – 6.4.2014

Chissà se è una coincidenza o se è il vento del nord che ha preso a soffiare verso Messina? Fatto sta che le espressioni più vicine al teatro dell’assurdo oggi in Italia arrivano proprio da lì. Un teatro dell’assurdo innestato negli umori della terra del sud, ma non per questo meno inquietante.

E dopo Spiro Scimone e Francesco Sframeli, con il loro preciso lavoro di disarticolazione linguistica, soffermiamoci un po’ su una giovane coppia di attori-autori costituitasi nel 2009, già pluripremiata e forte di un pubblico proprio.
Sono Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, Pe e Cri nella vita e sulla scena. Fanno un teatro che parla di loro ma non sono mai autoriferiti. […]

Due passi sono è una storia d’amore e di smisurato bisogno di resistere nella vita dell’altro, di proteggerlo e trattenerlo a sé, a qualsiasi costo, con interdizioni, rimproveri, raccomandazioni e parole, tante parole, inanellate in una funambolica impertinente logorrea. Ma poi finalmente si decide di uscire, di rischiare, di abbandonare lo spazio angusto dove si consumavano le giornate a litigare appollaiati su una sedia rosa, per fare due passi. […] Noi assistiamo a una lenta evaporazione dai colori chiarissimi, e una leggerezza ci culla verso atmosfere felliniane.

Alessandra Bernocco – Europa Quotidiano – 9.4.2014

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi sono la personificazione di una poesia imbarazzante (e tenera, e all’occasione caustica) che si fa malattia del vivere e coscienza di ogni finale di partita insita nelle coppie umane e al limite del disumano. La compagnia Carullo-Minasi va spiata in qualunque minima espressione di un minimalismo petulante e divertente che non ha uguali.  Non perdeteli. Diciamo davvero.

Rodolfo Di Giammarco  – La Repubblica – 1.11.2012

  

[…] Un rapporto di apparente normalità tra un uomo e una donna minuscoli (Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi), che dal cicaleccio ossessivo di un linguaggio di coppia, elaborano una lingua tra Sicilia e Calabria, in cui va a consumarsi l’insostenibile malattia dei rapporti. Divertenti quanto acidi. Con una consapevolezza che manca a tanto altro teatro.

Gianfranco Capitta – Il manifesto – 10.12.2011

 

[…]travolge con la sua delicata comicità il lavoro dei messinesi Giuseppe Carullo e Cristina Minasi. Un uomo e una donna, molto piccoli, stanno abbarbicati a due sedie, in una stanza segnata da un pavimento a scacchi molto ristretta. Anche per loro il nutrimento è fondamentale: ma tutti i sapori e le sostanze arrivano tramite pillole e non bisogna toccarsi per evitare infezioni e non si può uscire nel mondo minaccioso. Qui, a differenza degli altri lavori visti, domina il dialogo serrato, con tempi teatralissimi, pause, battute a ripetizione, in un vorticare che guarda al teatro dell’assurdo attenendosi a un realismo paradossale.

E’ la nostra stessa ansiogena realtà a essere esasperata, la paura come legge di vita, la rinuncia al sogno. Ma alla fine il sentimento, l’amore, in modo smaccato, assolutamente consolatorio, da classico happy end al quale credere sino a un certo punto, porterà a fare il grande passo e a sfidare il muro di buio. Per andare a capire quanto il mare da vicino sia diverso, più vivo di movimento e odori che a guardarlo dalla finestra di una stanza. E così il mondo: più bello da attraversare con un frusciante bianco abito da sposa. Questo lavoro coinvolge ed entusiasma il pubblico…

Massimo Marino -www.corrieredibologna.corriere.it – 10.12.11

 

Il mio preferito, lo dichiaro senza mezzi termini, è stato però l’irresistibile Due passi sono dei messinesi Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, vincitori del premio Scenario per Ustica: i due giovanissimi attori traducono una densa esperienza personale in una scrittura stralunata, dal taglio vagamente beckettiano (ma un Beckett “quotidianizzato”, filtrato attraverso l’impronta dei loro concittadini Scimone e Sframeli). La storia vera di una malattia di cui lui ha sofferto, e per la quale lei lo ha assiduamente curato, confluisce in una fitta trama di comportamenti patologici, di attenzioni reciproche amenamente ossessive. In uno spazio miniaturizzato, dominato da una pianta di plastica che si allunga a dismisura nel suo vaso, i due –  bizzarramente sproporzionati, ridotti a puntigliosi adulti-bambini – siedono rigidi, si toccano solo con guanti di lattice, non parlano che di cibi vietati o permessi, si interrogano maniacalmente sul senso delle parole, e sognano di sfuggire a un’invisibile gabbia per raggiungere un vicinissimo ma inaccessibile altrove. Soltanto nel toccante finale si comprende l’enorme sforzo di entrambi per riconquistare una piena libertà dei sentimenti. E loro, fra ironia e tenerezza, sono bravissimi a mantenere questo clima sospeso, allusivo, mescolando un estro allucinato a una totale verità umana.

Renato Palazzi -www.myword.it- 14.12.11

Uno spettacolo piccolo ma davvero prezioso […] delicato e ironico, malinconicamente beckettiano e teneramente filosofico: Due passi sono […] va componendo un dialogo che con diverse ripetizioni via via differenziate nei toni, nella reciproca sfida/arrendevolezza, rielabora esperienze, stati d’animo, desideri, in una dimensione universale. […]

Valeria Ottolenghi -Gazzetta di Parma- 25.7.2012  

                                                    

Un linoleum a scacchi bianco e nero, due sedie, un cuscino. Basta una scena così essenziale, per prendere lo slancio verso la vita. Per un inno alla gioia che fiorisce da nessun grandeur. Perché in Due passi sono c’è l’opposto: una piccola coppia di innamorati che insegue la più grande recherche: la semplicità (…)

Sono piccoli Pe e Cri, minuscoli nella premessa di una vita negata, paradossalmente, per preservarla dalla morte. Cri controlla l’andare quotidiano di Pe. Trasfigurata dalla paura di perderlo ne gestisce l’alimentazione a base solo di pillole, negandogli i sapori lo soffoca al suo cuscino. Ma i palpiti dell’amato, battuti con puntuale ironia,finiranno per smantellare il disegno di potere sulla morte di Cri, liberandola alla vita. Dal guscio finirà per uscire lei offrendo finalmente l’unica guarigione possibile ad entrambi: l’azione. Quei due passi verso la vita.

Una delicata, poetica pièce raggiunge il premio per l’impegno civile di Scenario. Perché alla fine della performance si avvertiva il battito sospinto in avanti, al di là persino dell’azione, verso l’impegno primario: la vita.

Manuela Modica -L’Unità- 21.12.2011

 

Impossibile sarebbe stato non lasciarsi toccare da Due passi sono dei messinesi Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, Premio Scenario per Ustica 2011. Qui la distanza tra il vissuto e l’immaginato si fa ancora più breve, perché è nel corpo – piccolo, miniaturistico, dei due interpreti – che si impone la verità di una storia d’amore buffa e in miniatura anch’essa.

Roberto Canziani -Hystrio- Gennaio 2012

 

Il progetto vincitore del Premio Ustica è Due passi sono, di Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi (anche registi e interpreti), delicatissimo dramma che fa proprio della tenerezza un’arma a doppio taglio che minaccia il coinvolgimento del pubblico. Quello dei due personaggi è un amore “particolare”, che mette in luce le mille manie del contemporaneo (sull’igiene come sulla diversità) attraverso una drammaturgia della paranoia capace di modulare lentezza e accelerazione, che si sgretola nel sogno: i due, certo, non nascondono le paure e le insicurezze dell’uomo moderno, ma le possono trasformare in immagini surrealiste di una certa potenza. Tutto è semplice, in scena, essenziale: pochi tratti cromatici (bianco, rosso, nero), qualche piccola magia teatrale (una bottiglia lunghissima, un cuscino che diventa abito da sposa), due sedie su una scacchiera. E, ovviamente, il loro rapporto, in cui il fascino lirico, pur di rilievo, è continuamente contrappuntato da calibrati slanci ironici e momenti di intelligente metateatralità.

Roberta Ferraresi -www.iltamburodikattrin.it- 13.07.2011

 

Ben recitato il “Due passi sono” di Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi. Il loro ingresso nella comunità teatrale in questi ultimi mesi non è stato in punta di piedi. Merito della focosa Cristiana, che si tira dietro Giuseppe nel negozio di cristalli e inizia a rompere tutto. Nello spettacolo la dualità diventa la forza per rompere il guscio delle microinsicurezze e cercare il respiro della vita. E’ un racconto tenue, che vale un lasciapassare per i prossimi tentativi. Dove vogliamo la cattiveria. E quanto (da noi non) visto al Napoli Fringe parrebbe contenere questi germi. Due distruttive fragilità sono una risorsa di particolare interesse per un teatro fatto invece di fragili distruttività.

Renzo Francabandera  Krapp’s Last Post, 14.8.2012

Carullo-Minasi, una relazione unita in un sol battito.

Un cuore pulsante che tratteggia con ironia poetica il dolce incedere di un viaggio a due.

Talvolta speciale, al di sopra delle potenzialità umane che distrugge il limite con incanto e intelligenza.

Altre volte  la dialettica ci fa rispecchiare in una strana diatriba dove  la similitudine è vicina. Giochi amorosi a parte, in scena c’è un’alchimia infuocata. Hanno saputo rendere l’idea di un’ esperienza leggera e colorata di un gusto mai quotidiano, pur essendo ispirata da esso.

Sono la parabola della esistenza che incede divorandone a piccoli passi ogni momento.

Antonella Vercesi -www.niuodeon.it- 11.12.11

[…] È un piccolo rito, Due passi sono, a cui prendere parte anche più di una volta, per farsi la scorta di tenerezza e semplicità. La disperazione, le impossibilità, le castrazioni, le apocalissi tracciate da decine di altri lavori teatrali hanno qui il loro piccolo nemico casalingo. È per questo (e anche per quanto ci hanno fatto ridere) che invitiamo Cristiana e Giuseppe a non stancarsi di questi due piccoli passi e a riproporli allo sguardo di tutti i disillusi che ancora non l’hanno visto. Allo stesso tempo, però, siamo curiosi di cosa il duo stia covando per le prossime scene. Sperando partoriscano presto.

Marta Ragusa –www.succoacido.net– 12.9.2012

 

[…] Cri. Questo il nome di lei, mentre il nome di lui fa Pé. Due acronimi sbucati fuori non tanto da alcuni protagonisti del teatro di Beckett, quanto da quei personaggi raccontati da Giuliano Scabia nel suo Teatro Vagante o da quelli dei fumetti. […] Sembrano soli al mondo, ma si fanno coraggio commentando le notizie sui giornali e disquisendo sulle stelle e sul mare. […] Applausi oceanici alla Sala Laudamo di Messina […]

Gigi Giacobbe -Il Giornale di Sicilia- 6.5.2012

 

 […] un dialogo fresco e divertito ma come si può trovare in un testo dell’assurdo, attraversato da un sentimento di incertezza, vaga paura, illogicità. […] Con una bella scia di applausi.

Valeria Ottolenghi -Gazzetta di Parma- 18.3.2012

  

[…] Il bello dello spettacolo è che lo spunto autobiografico (come il desiderio-timore di uscire all’aperto e di amarsi) sa divertire (condito da una gestualità vivace e accenni di coreografie) e diventare messaggio universale. Non a caso la pièce è vincitrice di due premi: Premio Scenario per Ustica 2011 e In-Box 2012.

Simone Tonelli -Giornale di Brescia- 5.11.2012

 

Proprio sui luoghi comuni, ma con dichiarato intento comico, si fonde lo spettacolo Due passi sono di Carullo-Minasi (Messina), vincitore Premio Scenario per Ustica 2011. Unico lavoro in cui a dominare è il dialogo e una forte teatralità essenziale e poetica, fatta di ripetizioni e semplici trovate sceniche, tra piccole manie e grandi insicurezze di una coppia “piccina”, lieve e delicata, specchio di una generazione rassegnata (…)

Maddalena Peluso -www.iltamburodikattrin.it- 14.12.11

 

A far la differenza arriva però una tenera e poetica lezione di vita in “Due passi sono”.

Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo, con leggerezza e dolcezza, propongono amore e dignità come armi per superare un limite più forte di qualsiasi crisi sociale, quello del corpo e della malattia. Un grande esempio di come sia possibile trasformare in vantaggio i problemi.

Su di un quadrato-casa i due attori dialogano, aprendo al pubblico una conversazione che ha un sapore intimo e profondamente umano. E nella semplicità ecco emergere la poesia, ma è una semplicità che nasconde un messaggio profondo e paradossalmente, essendo quello che più tocca la morte, ottimista.

Maria Vittoria Bellingieri -www.klpteatro.it- 18.12.11

[…] una pagina piccola, di grande leggerezza e di grande lirismo e al contempo rigonfia di contenuti e significati universali che riguardano tutti noi. I due protagonisti, nella intensità delle parole e del dialogo ma anche dei gesti e dei movimenti del corpo, riescono a crescere, nonostante siano piccoli, e ad espandersi nella cosmicità della libertà e dell’amore, e fare solo due passi per varcare la soglia di quel bozzolo, chiuso e spiccare il volo per respirare l’aria pura e vedere da vicino il mare perché da vicino è diverso. Un lavoro di grande forza drammaturgica e di grande impegno etico. Un lavoro scritto in maniera teatralmente perfetta e realisticamente interpretato sia pure ai limiti dell’assurdo.

Un linguaggio teatrale semplice e asciutto ma corposamente incisivo.

Francesco Saija – www.nuovosoldo.it– 5.5.2012

 

[…] lui eternamente seduto con “le gambe molli” e lei a prendere l’iniziativa, ci si stuzzica verbalmente, si anela a un futuro normale, si prova a varcare un’immaginaria soglia e ad avvicinarsi davvero: l’amore, niente di più, dicendosi cose normali e banali ma vere. Come i due attori, anche lo spettacolo è “minuto”: tensioni minime aleggiano fra le righe dei dialoghi, incrinature piccoline, scricchiolii sostenuti dal lavoro d’attore.

Lorenzo Donati -www.doppiozero.com- 18.12.11

 

C’è un luogo in cui i sogni sono serpenti. Strisciano come il silenzio e lo riempiono. Questo luogo è l’amore. Il teatro diventa così l’unica vita e l’unica via quando le stelle non ci guardano perché sono già dentro di noi. Entrare dentro qualcuno vuol dire raccogliere per lui, e solo per lui, una stella. L’amore è un suono. È lui. È il mare che non si vede, ma si sente(…)

La drammaturgia di Due passi sono dei messinesi Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, spettacolo vincitore Premio Scenario per Ustica 2011, segna un orizzonte nuovo. Una riflessione chiara e decisa sull’esistenza dei sogni, travestiti da stelle. Una narrazione semplice nella sua complessità di dare voce ai desideri più oscuri. Un ballo dentro le parole rivestite d’italiano, ma flettenti una lingua dialettale madre. Cosicché una masticante diventa un participio presente. E un poeta diventa il simposio di un uomo. Non è la malattia a rendere folli. Ma la sua ricerca (…)

I due attori-narratori si presentano come sono, diventando testimonianza del loro essere testimoni. La citazione del sé e dei propri vezzi, all’interno di una costruzione drammaturgica calcolata e chiusa, diventa la cifra stilistica più interessante e vera di un panorama drammaturgico annacquato dalla riproposizione performante del corpo-parola come strumento verbale dell’agire. Il testimone diventa così più importante della testimonianza, tanto da farla diventare poesia. In questo spettacolo c’è Messina. C’è  l’abbraccio del mare quando non sai se questi due passi sono le orme di una spiaggia messinese o reggina. Quel confine che separa tanto da unire. Come la giusta distanza che hanno le mani dentro guanti  in lattice che sono misure precauzionali alla vita. La distanza che ha la parola quando è già scena. Il verbo spostato e idioma diventa azione consequenziale della parola stessa (mi/ci ricorda Scimone –Sframeli); il silenzio, corpo della parola,  diventa il luogo della poesia (mi/ci ricorda Tino Caspanello) …Il teatro dovrebbe essere un terremoto quando frattura la coscienza e la rende viva(…)

Le parole sono importanti. Battezzano. Indicano la direzione di salvezza in caso di terremoto umano. È importante conoscere le parole, questo ci dicono Carullo-Minasi. Lo dicono loro, Pe e Cri, non i personaggi. Perché qui i personaggi non sono altro che loro stessi. Non c’è alcuna finzione commemorativa, alcuna aggiunta di significato al proprio essere. Nessuna paura che si somma ad altra paura(…) Una malattia che, a volte, è semplicemente amore per l’altro.

Maria Cristina Sarò -www.diecieventicique.it- 5.3.2012

 

[…] Il messaggio è forte, enorme, si posa delicatamente sull’animo di ognuno senza particolari sofismi. Con deliziosa semplicità arriva fin dentro le nostre intime profondità, dove incatenati dalla paura cerchiamo appigli per non compiere quei due passi: allora capita che due esseri minuscoli abbarbicati su una sedia riescano a dare una lezione a tutti.

[…] Due esistenze buffe, installate in un contesto assurdo dai richiami Beckettiani, ma che anziché attendere reagiscono e compiono l’azione che li salva. Perché la felicità è lì, a portata di mano, per tutti, non si attende ma si conquista, nostri sono i desideri e nostre sono le gambe con cui raggiungerli. E poco a poco loro diventano giganti, noi quelli minuscoli, sempre più piccoli, sprofondati nelle nostre poltrone vorremmo sparire, nasconderci ancora, perché il mondo non ci vuole. Ma il mondo è alla nostra portata, così come la felicità, Due passi sono, ce lo hanno insegnato Pe e Cri, o meglio Giuseppe e Cristiana: già, perché questo è soprattutto il loro spettacolo, il quale ha una genesi autobiografica – tanto da assegnare ai personaggi i propri nomi – ma che si è evoluto poi in qualcosa di più ampio, compiendo quel necessario salto dal personale all’universale. Uno spettacolo è anche ciò che dentro rimane, oggi spesso l’attenzione è posta alla pura forma, dimenticando la sostanza, o magari nascondendola in un involucro capibile da pochi: Pe e Cri fanno l’inverso, con naturale genuinità hanno reso un messaggio fruibile a tutti.

Alessandro Giova -riflessialmargine.blogspot.it- 30.10.2012

A rapirci, lasciandoci il ricordo più teneramente poetico, è senza dubbio il duetto di Due Passi sono con Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi. Una coppia di anti-eroi, Romeo e Giulietta in miniatura, i due personaggi (Pè e Cri) compiono davanti ai nostri occhi un cammino di dimensioni colossali: dei due passi del titolo si tratta, certo, ma servono a condurli dal microcosmo ipocondriaco in cui vivono (due sedie di legno, pastiglie ipervitaminiche che sostituiscono i pasti e centinaia di guanti in lattice per evitare qualsiasi contatto esterno) fino al mondo reale, in cui è possibile pensare di sposarsi, avere dei figli e un cane, e in cui, più di tutto, si può riuscire ad accettare anche la presenza del male, del pericolo e dolore, dal quale, comunque, non è mai possibile proteggersi del tutto.

Giulia Taddeo -vocidallasoffitta.blogspot.com- 

 

L’atmosfera sospesa della scena, i caratteri delicati dei protagonisti e l’apparente assurdità del linguaggio richiamano infatti marcatamente lo stile della regista palermitana Emma Dante. I due personaggi vivono in una specie di loculo, lui ammalato e aggrappato a un cuscino, lei un po’ più vitale ma comunque priva dell’energia sufficiente per mutare una situazione di stallo emotivo che sembra irreversibile. Poi qualcosa si muove, un timido spirito di rivalsa fa capolino, i due si sollevano dal loro giaciglio e cercano di uscire da quella casa che è diventata una prigione. Dal cuscino spunta un velo nuziale, i due si sorridono, forse può iniziare una nuova vita. Una favola a lieto fine, alla quale pubblico tributa scroscianti applausi.

Il Giornale di Vicenza- 02.09.2011

Due semplici passi che trasformano il quotidiano, fatto di complessità e paura, di precarietà e incertezza, in una vita fatta di piccole cose, di coraggio, semplicità e speranza per rendere visibile l’invisibile. Messinese lei, reggino lui, i due si sono imposti all’attenzione del panorama teatrale italiano con uno spettacolo che si immerge nella vita reale, impersonando una sorta di moderni Giulietta e Romeo immersi in una realtà claustrofobica che trovano il modo di vincere, invece di esserne vinti.

Elisabetta Reale -Gazzetta del Sud- 07.09.2011

 

Carullo-Minasi è un duo che trova la sua forza nella complementarità, una coppia teatrale che lavora da diversi anni con base su Messina e che l’estate scorsa ha vinto il Premio Scenario – Ustica per il Teatro. C’è una distanza lunghissima coperta dalle tre parole di “Due passi sono”, che sono i centimetri-chilometri che passano tra avere il pane e non poterne mangiare, tra curare e trascurarsi, tra libertà e disorientamento. I due personaggi, Cri e Pe, sono giovani figure che si compensano e scompensano a vicenda: vivono lo stesso luogo, Cri nel terrore dei microbi e nel panico di non farsi venire l’ansia, mentre al contempo Pe, battuta dopo battuta, lascia spazio alla voglia di guarire, di mangiare, di uscire, come uno spiraglio in penombra che diventa luce piena.

Bisogni primari, richieste quotidiane, bisogni che servono come solo quelli vitali sanno fare. In fondo, il desiderio di immaginarsi, a occhi aperti ma non solo, una vita differente, che si ritrovi nei luoghi della nostra infanzia, con le persone di sempre e le stesse parole, che negli anni azioni non diventano mai; per inciampare poi, verso il finale, nell’immagine di una bambina, di un cane, di una famiglia felice “olio su tela incorniciata nel legno”, come un quadro sul muro della sala da pranzo, sempre un po’ sbilenco ma simmetrico nelle geometrie. Cri e Pe, chi se lo sarebbe mai aspettato: Pe e Cri, alla fine si fanno delle promesse. E si giurano le cose più semplici del mondo. “È bello prendersi cura di te”. È bello che questo possa ancora accadere ed è bello che accada a tutt’oggi a teatro.

Nunzia Lo Presti – http://www.lavika.it

Un’opera intensa, incisiva, che in poco tempo riesce a trafiggere la mente e il cuore degli spettatori. I due personaggi, lambiti dalla malattia, vivono sotto una campana di vetro. […] A lenire le ferite, la cura e l’amore che provano l’uno per l’altra. Ma non basta, non può bastare, al cospetto della bellezza che pullula là fuori. Ci vogliono coraggio e autoironia, per spezzare le gabbie della prigione dorata in cui questa coppia si è relegata. Ma quando la vita irrompe, tutto diventa possibile, persino superare i propri limiti e afferrare quei sogni costantemente negati, coronando il desiderio di un amore “particolare”.

Annalice Furfari -Il Quotidiano della Calabria – 4.12.11

 

Un ritaglio di pavimento a scacchi. Due sedie colorate. Un filoncino di pane, un blister di pillole-cibo, giornali. Un fiore di velluto il cui gambo può essere allungato all’inverosimile. Una lampada, un cuscino.Due passi sono, per balzare fuori dalla scatoletta in cui vivono Pé e Crì.  Due passi per uscire da un microcosmo in cui la natura non è che un fiore finto, in cui non si vedono le stelle, in cui abbracciarsi non si può perché non è igienico e accarezzarsi diventa un’operazione che necessita di guanti sterili, in cui per sposarsi non si deve andare in chiesa ma in banca. Ma se è vero che dai diamanti non nasce nulla, e che non si può apprezzare un mare che si muove se non lo si è visto prima da lontano piatto e privo di vita, allora il carillon che imprigiona i due piccoli amanti è una soglia, un’anticamera della vita vera in cui è possibile immaginare lunghe braccia che conducano fuori mani libere di toccare e in cui si sogna un figlio e un cane.

Due passi sono per “sognare davvero”, per infilarsi scarpe riposte da tempo e attraversare la soglia della felicità, per tirare fuori da un cuscino un velo bianco e un abito da sposa e scambiarsi inedite promesse d’amore al gusto di poesia.

Uno spettacolo delicatamente ironico. Minuto e perfetto come una bambola di porcellana dal viso levigato. La coppia Carullo-Minasi racconta la rivincita di chi, pur avendo visto la morte, si è tuffato nella vita. Una vera rarità nel teatro del pessimismo.

Rossella Menna –vocidallasoffitta- 9.3.2012