Rassegna Stampa

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menini hystrio
Mariano Liccardi scrive:
“Pare proprio che tu non abbia espresso un giudizio diverso da ciò che provi: la meraviglia è il principio del filosofare” E’ con queste parole del Teeteto di Platone che voglio introdurre quello che vuole essere l’elogio e il ringraziamento di uno spettatore appassionato (dall’etimo ‘pathos’, ‘sofferenza’) fantasticamente emozionato e coinvolto. Lo stupore è l’essenza originaria dell’uomo. E la vita che si fa opera d’arte riconduce allo stupore.
La meraviglia esordisce quando a manifestarsi è il mondo non tanto colto nel suo aspetto universale o in quello particolare, bensì quando è colto l’originale mistero dell’essere-al-mondo, del nostro esistere. Il Vostro spettacolo, Conferenza tragicheffimera – sui concetti ingannevoli dell’arte, si innesta a pieno titolo in questa sacralità. Infatti, la filosofia, che è molte cose assieme, è prima d’ogni altra, l’essere consapevoli. Ed è la consapevolezza che si impossessa di questo ritratto dolce e mitico di donna, non più giovane, la quale scopre il definitivo contrarsi di un mondo istituzionalizzato e rassicurante che pone fuori della sua compattezza la possibilità di un’anima. Ma quella che a primo acchito può apparire ‘frustrazione’, sofferenza del mancato ‘collocamento’, ‘inquadramento’, in realtà si pone già come occasione per la salvezza. La rivelazione che ci dona non è tanto che la condizione dell’artista in quanto tale è limitata, ma è la condizione dell’umano nella sua pienezza a soccombere davanti al limite. Il compito dell’artista è allora di ridestare l’umano che è in ognuno di noi. Certo l’artista non è un eroe, ma il suo pregio esclusivo risiede proprio nel porsi di fronte la paura del separarsi dal limite, del superarlo, e mostrarci che lo slancio verso un ‘topos’ il-limitato è sempre possibile e necessario. Se pochi sono coloro che indossano le ali, sempre più numerosi sono coloro che lo desiderano. L’artista rievoca questo desiderio e lo affida agli scaffali della nostra anima, affinché ciascuno ri-trovi personalmente lo slancio per affrancarlo. Abbiamo, pertanto, un disperato bisogno d’arte e di artisti.

INTERVISTA di Roberta Magliocca a CRISTIANA MINASI su “Conferenza Tragicheffimera” presentata il 22 e 23 settembre a Caserta per il Festival delle Arti(n)contemporanee per Officina Teatro

La vita ci insegna che già stare in piedi, in equilibrio a camminare, in maniera eretta e dignitosa, è difficile. Quanto può esserlo volare?

I bambini sono i più grandi maestri: prima ancora di imparare a camminare e a gattonare sono ottimi aviatori o -meglio detto- poeti visionari capaci con estrema semplicità di rendere indiscutibilmente vero e possibile ciò che non lo è, come volando in margini ultraterreni.
Credo non ci sia niente di più civile e dignitoso che restituire alla società “civilizzata” l’arte del disequilibrio, del dubbio e del conseguente rischio a dispetto d’ogni certezza e categoria dai margini maledettamente definiti, senza respiro e personalità.
Lo spettacolo, proprio argomentando dell’infanzia e del suo “obbligatorio” superamento, racconta di quella linea invisibile tra l’età dell’immaginazione e l’età della maturità, superata la quale sembra ci si debba “ri-trovare” a tutti i costi, incasellati dentro schemi d’identità precostituite e a buon mercato.
Prendendo in prestito l’immagine del Fedro di Platone, l’anima fanciulla perde le ali e precipita in basso afferrandosi, nella caduta, ad un corpo solido (chissà forse il tanto agognato “posto fisso”), pesante e inanimato, al quale conferisce il movimento: questo insieme di anima e corpo è ciò che viene chiamato mortale. La qualità di immortale non può essere illustrata in modo altrettanto preciso, tuttavia ci è ugualmente nota…
La drammaturgia dello spettacolo come in una sorta di “rewind”, intende narrare di un percorso paradossalmente a ritroso, nell’illusione di maturare in una nuova ritrovata infanzia salvifica. In molti, non a caso, raccontano della coincidenza ciclica tra l’infanzia e la vecchiaia, tra il venire alla vita e l’andare verso la morte.

L’arte in che modo ci inganna?

L’arte è lo strumento che disvela l’inganno della realtà. Come i più grandi autori insegnano, l’arte -rielaborando le sovrastrutture del reale- restituisce il più nascosto sentire dell’autore che, se riesce nel suo intento, tocca e colpisce i segreti e le ferite più profonde della comunità, di-svelandole e curandole. La “Conferenza tragicheffimera” è messa in scena della stessa messa in scena sociale. Con lo strumento dell’autoironia si smascherano gli inganni e preconcetti sociali arrivando, per assurdo, a sostenere che “perdere tutto significa ritrovare tutto” con ciò tentando di restituire l’essenza della precarietà e, chissà, della verità.
Partendo dalla crisi economica della società contemporanea, una donna gioca sulla sua identità, riconoscendosi vera attrice e protagonista della propria esistenza solo nel momento in cui prende coscienza del proprio sè, prescindendo da ogni inganno ed orpello. L’ attrice -vittima dell’oggetto troppo pesante e pieno di significati- proprio partendo dal limite in cui si ritrova immersa, si sveste dal ruolo e diviene donna, riconoscendo la sua personale, poco burocratica direzione e ritrovando il suo vero verso. E’ conferenza sul superamento d’ogni “gravità” contemporanea, concetto ingannevole costruito dall’uomo contro l’uomo, pronto ad escludere ogni possibile ascesa. E’ manifesto d’arte, è manifesto di vita, è lezione di volo democratico.

Cristiana, secondo te, quanto il nostro essere umani, il nostro essere mortali e terreni, ci impedisce di vedere – e quindi usare – le nostri ali?

Lo spettacolo parte e si sviluppa sulla professione di fede Kantoriana secondo cui “è dal limite che vien fuori l’opera d’arte”. Come compagnia che del Limite ne è fatta la propria cifra stilistica, riteniamo che solo tramite un confronto sincero con la propria miseria, precarietà e inevitabile mortalità ci si possa avvicinare ai temi dell’arte, dunque del “volo”: la consapevolezza del limite diviene pretesto per il suo superamento.
La presa di coscienza dell’assurdo dell’esistenza e della contingenza non vogliamo scada in una disperazione paralizzante, ma tentiamo di elevarla all’affermazione della vita. Il limite diventa così risorsa propulsiva, atto politico-democratico: mentre le cose sono ciò che sono, l’uomo è ciò che progetta di essere, perennemente in gioco nell’alternativa tra il conquistarsi pienamente ed il perdersi definitivamente, per cui il limite con cui ci confrontiamo diventa soglia, spartiacque tra l’una e l’altra condizione.
In vita ci prepariamo a prender la rincorsa… “stiamo una vita ad aspettare, alla fine per toglierci di mezzo, pur dovranno farci volare”.

Grazie Cristiana!

Roberta Magliocca

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Domenico Romano su http://www.ilPickwick.it
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Andrea Porcheddu su http://www.linkiesta.it
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Intervista su Radio TRE
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